Al Festival di Venezia sono tutti molto vestiti.
È uno di quei posti in cui arrivare fa già parte dello spettacolo. Il motoscafo, gli occhiali da sole, il photocall, il red carpet, gli abiti degli sponsor, le fotografie che nel giro di pochi minuti finiscono ovunque.
In mezzo a tutto questo, quest’anno John Malkovich è riuscito a farsi notare senza sembrare uno che stesse cercando disperatamente di farsi notare. Vogue lo ha incoronato addirittura “fashion king” del Festival.
A Venezia si è presentato con un completo bianco Bode, camicia rétro, cravatta incrociata ispirata agli anni Cinquanta e un paio di mule realizzate con tappeti kilim. Per la première di Wild Horse Nine ha cambiato completamente registro scegliendo un completo nero Dior molto morbido e una camicia di seta con un enorme collo arricciato di ispirazione elisabettiana.
Sulla carta potrebbe sembrare tutto parecchio eccentrico. Addosso a Malkovich sembra semplicemente Malkovich.
Il power dressing non significa vestirsi da persona potente
Il concetto di power dressing nasce tra gli anni Settanta e Ottanta e viene associato soprattutto all’ingresso delle donne negli ambienti professionali tradizionalmente maschili. Tailleur strutturati, spalle importanti, completi che prendevano in prestito alcuni codici dell’abbigliamento maschile servivano anche a comunicare autorevolezza in luoghi in cui quella stessa autorevolezza non veniva automaticamente riconosciuta.
Oggi trovo più interessante allargare il concetto. Vestirsi può essere un modo per comunicare ruolo, certo, ma anche personalità, appartenenza, distanza, creatività, rigore, eccentricità. In pratica decidiamo continuamente quali informazioni dare di noi ancora prima di aprire bocca.
Malkovich da questo punto di vista è un ottimo esempio, perché i vestiti che abbiamo visto a Venezia non sono il risultato di uno stylist che gli ha costruito improvvisamente un personaggio.
Il suo rapporto con la moda dura da decenni. Ha studiato costume all’università, agli inizi della carriera ha lavorato nel guardaroba dello Steppenwolf Theatre di Chicago, colleziona tessuti rari e vintage, ha avuto un proprio marchio di abbigliamento, Technobohemian, ha sfilato per Comme des Garçons nel 1989 ed è comparso nella prima campagna uomo di Prada nel 1995.
Quando arriva sul red carpet con un paio di scarpe fatte con un kilim, quindi, non sta aggiungendo un elemento bizzarro per attirare l’attenzione, sta solo continuando un racconto che esiste già. È questa la sua forza.
Vestirsi per assomigliarsi
Quando si parla di immagine professionale, spesso il consiglio implicito è vestirsi in modo adeguato al ruolo che vogliamo ricoprire.
Funziona, fino a un certo punto.
Se tutti adottiamo esattamente i codici visivi associati a una professione, probabilmente risulteremo appropriati ma anche molto simili gli uni agli altri. Vale per l’abbigliamento come per la comunicazione.
L’obiettivo interessante è capire quali elementi della nostra identità possono diventare più visibili da non confondere col costruire artificialmente un personaggio (non funziona).
Steve Jobs aveva i suoi dolcevita neri, Karl Lagerfeld aveva costruito praticamente una silhouette, Anna Wintour è riconoscibile attraverso un caschetto e un paio di occhiali ancora prima che attraverso il volto.
Sono casi estremi, naturalmente. Nessuno ha bisogno di inventarsi un’uniforme per costruire una reputazione professionale, però possiamo chiederci quanto il nostro modo di presentarci sia coerente con il modo in cui vogliamo essere percepiti. E soprattutto quanto ci assomigli, ricordandoci sempre che tra vestirsi “nel modo giusto” e avere uno stile c’è parecchia differenza.
La stanza in cui scegli di entrare
Venezia ci dà anche un altro spunto interessante. Essere presenti al Festival non significa soltanto comparire in una fotografia. Significa entrare in un luogo che possiede già un enorme capitale culturale e simbolico.
Cinema, moda, lusso, storia, star internazionali. Tutto questo esiste prima dell’arrivo della singola persona e inevitabilmente le presta qualcosa.
Succede continuamente anche nella vita professionale, semplicemente su scale diverse.
Essere invitati a parlare a un TED comunica qualcosa come tenere una lezione in un’università. Essere ospiti di un certo podcast, partecipare a una conferenza riconosciuta nel proprio settore, sedersi a un tavolo di lavoro con determinate persone comunica qualcosa e lo fa anche prima di sapere cosa abbiamo detto.
Una parte della reputazione si costruisce anche attraverso queste associazioni. Dove ti vedo, accanto a chi ti vedo, chi decide di invitarti e quali conversazioni considera interessante avere con te. Potremmo chiamarla autorevolezza per prossimità.
Naturalmente non basta farsi fotografare nel posto giusto. Se fosse così sarebbe tutto molto più semplice.
Il posto giusto può prestarti autorevolezza, ma poi devi restituirla con gli interessi
Un contesto prestigioso amplifica quello che portiamo dentro.
Torniamo a Malkovich. Sul red carpet puoi tranquillamente essere fagocitato dal red carpet di Venezia. Ci sono decine di star, abiti straordinari, fotografi, marchi, cinema, palazzi e una città che ha già una personalità molto più forte della maggior parte degli esseri umani.
Malkovich entra in quel sistema senza farsi trasformare in un generico uomo elegante da première ma porta con sé il proprio immaginario.
Perché ci interessa tutto questo se non andiamo sul red carpet?
Quando ragioniamo sulla nostra reputazione professionale potremmo portarci a casa che essere nel posto giusto aiuta, essere invitati conta e frequentare ambienti coerenti con ciò per cui vogliamo essere riconosciuti crea associazioni importanti.
Resta il fatto che il posizionamento non consiste nel collezionare loghi prestigiosi da mettere nella bio ma conta quello che succede quando entriamo nella stanza.
Prima ancora di parlare stiamo già dicendo qualcosa
C’è un video che accompagna bene questo ragionamento perché sposta il discorso dall’abbigliamento alla presenza.
Nel TED Talk “Your body language may shape who you are”, Amy Cuddy parte dall’idea che il corpo non comunichi soltanto qualcosa agli altri, ma possa influenzare anche il modo in cui percepiamo noi stessi.
Alcune delle conclusioni scientifiche legate al famoso “power posing” sono state molto discusse e ridimensionate negli anni successivi, quindi eviterei di prendere il talk come una ricetta scientifica del tipo “mettiti in posa due minuti e diventerai più potente”.
La parte che continuo a trovare interessante è capire che entriamo negli spazi prima con il corpo e poi con le parole. Come ci muoviamo, quanto spazio occupiamo, come siamo vestiti, dove guardiamo, quanto sembriamo a nostro agio in quel contesto contribuisce alla prima lettura che gli altri fanno di noi.
Vale su un palco e durante una riunione nello stesso modo.
Il video è interessante proprio se lo guardiamo come occasione per osservare quanto comunichiamo prima ancora di aver formulato una frase.
Quali sono le stanze in cui vuoi essere vistə?
C’è un esercizio molto semplice che utilizzo quando ragiono sul posizionamento. Invece di aprire LinkedIn, apri il calendario.
Guarda dove sei statə stati professionalmente gli ultimi mesi. Questo dice molto sul tuo posizionamento. Eventi, podcast, incontri, corsi, conferenze, community, associazioni, collaborazioni.
Poi puoi fare l’esercizio contrario e guardare avanti. In quali tre stanze vorresti entrare nei prossimi dodici mesi?
Non necessariamente quelle più famose o prestigiose. Quelle che hanno senso rispetto alla persona che vuoi diventare professionalmente e alle persone dalle quali vuoi essere riconosciutə.
E, una volta lì, c’è una seconda domanda: Cosa porteresti dentro di tuo?
John Malkovich a Venezia si è portato dietro anche un paio di mule fatte con un tappeto kilim.
Direi che puoi concederti qualcosa di personale anche tu.


