Ormai non leggo quasi più i post su Linkedin perché sono tutti scritti con l’intelligenza artificiale e mi annoiano. A volte bastano mi basta una riga per capirlo.
Non perché ci sia qualcosa di sbagliato o perché l’AI scriva necessariamente male, anzi, il problema è quasi il contrario perché scrive fin troppo bene in quel modo ordinato, levigato e prevedibile che ormai abbiamo imparato a riconoscere.
Frase breve. A capo. Altra frase breve. A capo.
Una domanda retorica, magari un piccolo aneddoto trasformato in una grande lezione professionale, qualche parola come autenticità, consapevolezza o mindset e alla fine l’immancabile invito a raccontare nei commenti cosa ne pensiamo.
Il risultato è che apro LinkedIn e ho sempre più spesso la sensazione di leggere lo stesso post pubblicato da persone diverse. e finalmente pare se n’è accorto anche LinkedIn.
LinkedIn si è annoiato prima di noi
La piattaforma ha annunciato di voler ridurre la distribuzione di contenuti generici e ripetitivi, engagement bait, commenti automatizzati e tutto ciò che rende le conversazioni sempre meno interessanti.
Dentro questa grande famiglia c’è anche quello che LinkedIn chiama AI slop, un’espressione poco elegante ma piuttosto efficace per indicare la quantità di contenuti prodotti con pochissimo sforzo grazie all’intelligenza artificiale e riversati online senza aggiungere esperienza, contesto o un vero punto di vista.
LinkedIn sostiene di aver sviluppato sistemi capaci di individuare questi contenuti e, nei primi test, dichiara un’accuratezza del 94%.
Il dato è interessante, ma trovo ancora più interessante il ribaltamento che sta avvenendo.
Per anni abbiamo cercato di capire come scrivere per piacere all’algoritmo. Abbiamo studiato i ganci, la lunghezza dei post, gli orari, le domande finali, le formule che generavano più interazioni. Adesso siamo arrivati al punto in cui l’algoritmo deve cercare di capire se dietro a tutto questo c’è ancora una persona.
Forse la situazione ci è sfuggita di mano. Voi, dove siete finitə?
Scrivere tanto è diventato facilissimo. Avere qualcosa da dire un po’ meno
L’intelligenza artificiale ha abbassato enormemente la fatica necessaria per produrre contenuti.
Se prima per scrivere tre post alla settimana servivano tempo, una certa dimestichezza con la scrittura e soprattutto idee, oggi basta chiedere a un LLM di prepararci un piano editoriale e nel giro di qualche minuto possiamo avere contenuti per un mese.
Fantastico, se quel tempo risparmiato lo utilizziamo per fare qualcosa di meglio. Un po’ meno fantastico se iniziamo a considerare la quantità di contenuti prodotti come un obiettivo in sé.
Perché pubblicare su LinkedIn dovrebbe servire, tra le altre cose, a costruire nel tempo un’associazione tra il nostro nome, le nostre competenze e un certo modo di guardare il mondo. Se quello che pubblichiamo potrebbe essere attribuito indifferentemente a noi o ad altri cinquanta professionisti del nostro settore, stiamo producendo contenuti ma probabilmente non stiamo costruendo una buona reputazione.
Quindi non dovete usare ChatGPT per scrivere i post? Certo che potete. Il punto è sempre come istruire l’AI prima di scrivere.
L’AI non può conoscere un’opinione che non abbiamo ancora avuto
Il prompt “scrivimi un post LinkedIn sulla leadership” contiene pochissimo di noi.
L’AI farà quindi quello che sa fare molto bene: prenderà tutto ciò che conosce sull’argomento e costruirà una risposta plausibile. Il risultato sarà probabilmente corretto, magari persino interessante, ma non saprà cosa pensiamo noi di quell’argomento perché non glielo abbiamo detto.
Possiamo provare a risolvere il problema chiedendo un tono più umano, più originale, meno AI. Possiamo vietare le emoji, le domande retoriche e le frasi che iniziano con “non è”.
Serve, ma fino a un certo punto.
La cosa importante per non ritrovarci comunque con un contenuto completamente anonimo, oltre alle istruzioni base per eliminare tutti i tic linguistici dell’intelligenza artificiale, è avere un pensiero.
Se raccontiamo all’AI qualcosa che abbiamo osservato durante una riunione, un comportamento che ci irrita nel nostro settore, un’esperienza con un cliente, un’opinione sulla quale sappiamo che molti colleghi non saranno d’accordo, improvvisamente il materiale cambia.
A quel punto l’AI ha qualcosa di nostro su cui lavorare.
Forse dovremmo usarla un po’ meno per scrivere e un po’ più per pensare
Una delle cose che trovo più utili è usare l’intelligenza artificiale prima della scrittura, ma in un ruolo diverso. Le racconto la mia idea e le chiedo di attaccarla.
Dove è debole il mio ragionamento? Cosa sto dando per scontato? Quale obiezione potrebbe farmi una persona molto competente sull’argomento? Ci sono dati che contraddicono quello che sto dicendo? Qual è il passaggio che dovrei approfondire?
Questo tipo di conversazione può effettivamente migliorare un contenuto perché mi costringe a capire meglio cosa penso prima di trasformarlo in qualcosa da pubblicare.
Poi posso farmi aiutare a mettere ordine, tagliare, trovare una struttura o verificare che un passaggio sia comprensibile.
La differenza sembra sottile, ma cambia completamente il ruolo dello strumento. L’AI non deve necessariamente sostituire il pezzo più faticoso del processo. Può aiutarci a farlo meglio.
Tutti quei piccoli segnali che ormai riconosciamo
Resta poi una questione puramente stilistica, perché alcuni pattern sono diventati davvero difficili da ignorare.
Cosa puoi evitare
Gli elenchi costruiti sempre nello stesso modo. Le emoji sparse ovunque. Le frasi cortissime separate da un ritorno a capo. I gruppi di tre aggettivi. “La verità è che”. “Ecco cosa ho imparato”. Le costruzioni “non è X, è Y”. Le domande retoriche in sequenza. Le metafore generiche e quelle conclusioni motivazionali che sembrano arrivare direttamente da un biscotto della fortuna.
Nessuna di queste formule è vietata e molte esistevano ben prima di ChatGPT. Il problema nasce dalla frequenza con cui vengono riprodotte e dalla facilità con cui un modello, se lasciato libero di decidere, tende a sceglierle.
La soluzione più semplice è dirglielo. Le istruzioni personalizzate servono anche a questo. Possiamo spiegare quali parole non utilizzare, quali strutture ci infastidiscono, quanto devono essere lunghi i periodi, se amiamo o detestiamo gli elenchi, che tipo di ironia utilizziamo e quali formule non devono comparire.
Esistono anche strumenti creati apposta per ripulire i testi dai pattern più tipici dell’AI, come la skill Stop-Slop per Claude Code.
Sono utili, soprattutto per accorgersi di automatismi che ormai non vediamo più. Ma anche qui eviterei di confondere la cura con la soluzione, perché un testo può non sembrare scritto da un’intelligenza artificiale e continuare a essere terribilmente noioso.
La parte più difficile è diventare riconoscibili
Quando parliamo di personal branding tendiamo a concentrarci molto sulla visibilità. Quanto pubblicare, dove essere presenti, come aumentare follower e interazioni.
La reputazione professionale funziona però su tempi diversi.
Si costruisce quando una persona incontra più volte il nostro lavoro e comincia a riconoscere una continuità. Sa quali argomenti ci interessano, capisce più o meno come la pensiamo, riconosce il nostro modo di raccontare le cose e magari immagina persino cosa diremmo davanti a una determinata notizia.
È quello che succede con le persone che hanno un pensiero riconoscibile. Possiamo essere in disaccordo con loro, ma difficilmente potremmo scambiarle con qualcun altro.
Questo, nell’epoca dei contenuti generati in quantità industriale, potrebbe diventare molto più prezioso di prima. L’AI ci permette di scrivere meglio, più velocemente e con meno fatica. Possiamo usarla per trovare informazioni, discutere un’idea, vedere quello che non avevamo visto, organizzare il caos e correggere quello che non funziona.
Ci rimane però una responsabilità piuttosto importante, ovvero darle qualcosa che valga la pena amplificare.
C’è un test che mi piace fare e che consiglio anche nei corsi. Prendete uno dei vostri ultimi contenuti, incollatelo nell’AI e chiedetele:
“Elimina tutte le frasi che potrebbero essere state scritte da qualsiasi professionista del mio settore. Cosa rimane?”
Se rimane poco, eviterei di perdere tempo a cercare il prompt magico per renderlo più umano. Prima aggiungerei qualcosa di voi.


